Durante il lockdown le nostre vite sono cambiate in modo veloce e sorprendente, permettendoci di scoprire nuovi lati di noi stessi e sviluppare nuove abitudini. Abbiamo messo insieme un gruppo di amanti ed insiders nel mondo del calcio per capire come hanno vissuto la loro passione per il gioco e se effettivamente si estende ben oltre il campo.
Mattia Buffoli, fotografo e videomaker originario della provincia di Varese, ma milanese d’adozione e tifoso dell’Inter da sempre. Nel tempo ha trasformato la sua passione da tifoso per il Biscione in una collezione unica nel suo genere, che spazia dalle maglie da gioco ai portachiavi ai libri. Abbiamo messo sotto il nostro riflettore Mattia per capire come la sua passione per il calcio si è evoluta durante il lockdown e scoprire tutti i segreti di Interabilia.
Come è iniziato il tuo collezionismo?
Colleziono sin da quando ero piccolo. Naturalmente negli anni sono cambiate le mie passioni e di conseguenza anche le collezioni. Il calcio e l’Inter però ci sono da sempre, così come il mio interesse per le maglie da gioco. Ovviamente da piccolo le mancette erano quelle che erano e di conseguenza le magliette che mi potevo permettere erano principalmente quelle fake che acquistavo al mercato. Ora che sono cresciuto fortunatamente posso permettermi dei pezzi che da piccolo erano solo nei miei sogni. Sono partito collezionando maglie trovate cercando tra mercatini, negozi di abbigliamento vintage e eBay. Da un paio di anni mi sto concentrando su prodotti che riguardano esclusivamente l’Inter. Se nei miei giri mi capita di trovare altro materiale che riconosco avere un valore, lo prendo per poi rifinanziare gli acquisti inerenti ai nerazzurri.
Quando i pezzi hanno iniziato ad avere un volume consistente ho deciso di dare un senso alla mia collezione, condividendola con chi, come me, ama l’Inter e i cimeli sportivi. È nata così su Instagram la pagina Interabilia. La mia idea alla base del progetto è stata quella di proporre una pagina che avesse una sua precisa identità e che fosse diversa dalle solite fanpage relative a una squadra di calcio. La scelta è stata quella di proporre dei contenuti inediti, a volte stravaganti, con l’obiettivo di mantenerne viva la memoria storica. Proprio per questo oltre alle maglie, che sono presenti un po’ ovunque, cerco pezzi particolari, poco conosciuti, magari con un basso valore economico ma con un alto valore storico per la squadra e per i suoi tifosi.
Tifare Inter è per molti un eterno equilibrio tra gioia e dolore. Qual è il momento più felice che ti ha fatto vivere? Quello più doloroso?
Tifare inter è una scuola di vita. Le gioie arrivano sempre dopo anni di sofferenze che ti temprano il carattere. Il tifoso interista viene spesso “tradito” dalla sua squadra, ma non la tradisce mai. Proprio come ricordava il famoso striscione della Curva Nord: “Sola non ti lascio mai”.
Sarebbe troppo scontato dire che il momento più felice sia stato la vittoria della Champions nel 2010. Molto probabilmente lo è stato. Ma se dovessi sceglierne un altro, opterei per la vittoria della prima Coppa Uefa, nel 1991 contro la Roma. È il primo ricordo nitido di una vittoria importante della mia squadra. Avevo 7 anni e, quando ci ripenso, ancora mi torna in mente quella serata passata dai miei nonni a guardare la partita. Ricordo la mia felicità durante la premiazione. È tutto ancora molto presente.
Scontato è anche il momento più doloroso. 5 Maggio 2002. All’epoca i miei amici erano quasi tutti juventini e l’Inter arrivava da anni di continue delusioni. Quello poteva essere il momento della rivalsa dopo anni di sfottò. Purtroppo le cose sono andate diversamente. Oggi però mi piace ricordare il 5 maggio come il giorno della Coppa Italia vinta con la Roma nel 2010. Il giorno in cui il Triplete iniziò a prendere forma.
Molte volte l’assenza aiuta a capire quanto una cosa o una persona sia effettivamente importante nelle nostre vite. Cosa ti è mancato di più del calcio durante questo periodo?
La cosa che più mi è mancata, e che mi manca tutt’ora, è non poter seguire la mia squadra allo stadio. Quello che stiamo vedendo ora in TV non rappresenta la mia idea di calcio. Può sembrare una frase fatta, ma il calcio senza pubblico non è la stessa cosa. Probabilmente non ha senso di esistere. Detto questo, le partite le sto guardando lo stesso, soprattutto per distrarmi un po’ dopo il periodo di difficoltà che tutti abbiamo dovuto affrontare.
Durante il lockdown, abbiamo fatto a meno di cose che pensavamo indispensabili, dalle cene al ristorante alle birre con gli amici, riuscendo a rimpiazzarle con altro. Il calcio è stata una di queste cose? Se sì, cosa ha preso il suo posto?
Essendo un fotografo/videomaker freelance con il lockdown ho dovuto bloccare ogni tipo di lavoro e lo smart working purtroppo non è contemplato nel mio settore. Ho cercato di riempire il troppo tempo libero facendo un po’ di tutto, ma il calcio è rimasto nei pensieri. Il tempo che prima occupavo a guardare le partite l’ho impiegato fotografando i miei cimeli per Interabilia, oppure rischiando di spaccare un joypad dopo l’altro giocando a PES. Anche serie TV e speciali dedicati a calcio e altri sport hanno trovato spazio, spesso durante una corsa sul tapis roulant.
Il calcio è stato fermo per mesi e la sua importanza nei media è passata da 100 a 0 in breve tempo. Questo ti ha fatto capire che nel grande insieme delle cose questo sport è sopravvalutato?
I primi giorni di lockdown ero totalmente incapace di concentrarmi su qualsiasi cosa. Avevo la testa occupata da mille pensieri: cosa sarebbe potuto succedere alla mia famiglia, il non poterli vedere, il futuro totalmente incerto. Neanche un Juve-Inter surreale, come quello giocato il primo giorno di lockdown, è riuscito nell’intento di distrarmi un po’. Fortunatamente, oggi le cose sono migliorate e si può tornare ad arrabbiarsi e gioire per una partita di calcio. Chi pensa però che questo sia uno sport sopravvalutato non lo ha mai vissuto pienamente. Ognuno si concentra sulle proprie passioni, ed è giusto così, ma per quanto mi riguarda il calcio è la cosa più importante tra le cose meno importanti.
Ora che il calcio giocato è tornato, cosa ti entusiasma di più? Giocare con gli amici o la lotta scudetto?
A causa di diversi impegni purtroppo non potrò tornare a giocare prima di settembre. Scendere in campo, anche solo una volta alla settimana, è per me un toccasana soprattutto a livello mentale. Mi manca, certo, ma si tornerà a fare anche quello. Come dicevo prima, mi fa piacere poter tornare a guardare il calcio in TV ma riuscirò ad apprezzarlo come prima solo quando il pubblico tornerà sugli spalti.
Il lockdown ci ha anche permesso di generare nuove idee ed iniziare nuovi progetti che non avremmo mai immaginato, per esempio i tifosi sugli spalti ricreati con un software durante la finale di Coppa Italia. Ci sono dei progetti o abitudini che hai concepito durante il lockdown e che faranno parte del tuo futuro? Se sì, quali?
Sinceramente il lockdown, più che aver generato nuove abitudini, mi ha aiutato ad apprezzare maggiormente le vecchie; opportunità che prima ritenevo scontate, che avrei potuto cogliere in qualsiasi momento, ma che spesso rimandavo.
L’oggetto a cui sono più legato sentimentalmente è una bandiera del 13esimo scudetto (1988/89) che mi era stata regalata da mio nonno all’epoca e che è stata in camera mia e di mio fratello per tutta la nostra infanzia e adolescenza.
Quello che sono più fiero di avere è lo smanicato Uhlsport indossato dai giocatori per i festeggiamenti del scudetto dell’1989 a San Siro.
Quello che mi ha fatto iniziare potrebbe essere una maglia fake di Roberto Carlos nell’unico anno che ha giocato all’Inter (1995/96). Me l’aveva presa mio nonno fuori dallo stadio il giorno di Inter-Lugano, partita indimenticabile di Coppa Uefa in cui fummo eliminati dalla squadra svizzera. Era la mia prima volta allo stadio. Niente male come prima prova di fedeltà verso i colori nerazzurri. Ora quella maglia è in qualche armadio a casa dei miei. Non è un caso che uno dei primi acquisti fatti per la mia collezione fu proprio quella maglia, originale questa volta.



